L'ANTICA FARMACIA LIO DI PETRALIA SOPRANA
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Quest'anno il Museo Civico di Petralia Soprana si è arricchito di un fondo prezioso: quello donato dagli eredi di Gaetano Lio, fondatore, nel 1910, di un’antica farmacia del paese. Con questi oggetti, accompagnati dai racconti di Amalia Lio, sua figlia, e di Renato Lo Mauro, suo nipote, entriamo in un mondo oggi quasi scomparso: quello della farmacia in cui il medicinale nasceva ancora dietro il bancone.
Un tempo, infatti, il farmacista non era soltanto il consulente che aiuta a scegliere il medicinale più adatto e lo vende: era prima di tutto un preparatore. Il suo centro operativo era il laboratorio, dove le ricette del medico venivano trasformate in cartine, sciroppi, pomate, pillole, tinture, supposte e altri medicamenti, con precisione e conoscenza delle sostanze, dei dosaggi e dei rischi.
La sua attività univa arte distillatoria, chimica, riconoscimento delle droghe vegetali e preparazione vera e propria dei rimedi. Si muoveva fra mortai, pestelli, spatole, setacci, capsule, becher, imbuti, filtri, alambicchi o apparecchi di distillazione, torchietti, matracci, contenitori in vetro o ceramica, armadi per veleni, recipienti per polveri e sciroppi, stampi per pillole e supposte. Le bilance di precisione erano essenziali, perché un errore di peso poteva avere conseguenze letali.
Tra il 1830 e il 1930, però, la farmacia italiana attraversa una trasformazione decisiva: passa gradualmente dalla vendita di preparazioni magistrali alle specialità proprie o proto-industriali, fino ai prodotti di sintesi industriali già confezionati. Un esempio simbolico è l’arrivo dell’Aspirina Bayer in tubetto.
Negli anni Trenta viene istituito il corso di laurea in Farmacia in senso moderno. Già la legge Giolitti del 22 maggio 1913 n. 468 aveva introdotto il principio per cui le farmacie si aprono secondo una distribuzione territoriale regolata. La loro attività venne sottoposta ad autorizzazioni, vigilanza sanitaria, rispetto della Farmacopea, ispezioni su locali, recipienti, pulizia, bilance, sostanze velenose, corretta conservazione delle sostanze, pesi e misure legali.
Nei paesi, la farmacia aveva un’importanza centrale anche perché era un luogo di fiducia: il farmacista conosceva famiglie, malattie ricorrenti, povertà, urgenze, esigenze di lavoro dei clienti e distanze dalle borgate.
Da qui partono questi due racconti che fanno rivivere l’antica farmacia Lio di Petralia Soprana: la memoria di un luogo in cui il sapere, il lavoro quotidiano e la vita del paese si incontravano dietro il bancone.
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| Antichi contenitori in vetro della farmacia Lio Museo Civico di Petralia Soprana |
La farmacia di casa nostra
di Amalia Lio
Nei primi anni del Novecento la farmacia non era solo un luogo di lavoro: era la nostra casa, il nostro mondo, il centro vitale di un’intera famiglia e di una comunità. Papà vi dedicava ogni ora della sua vita. Non c’erano orari, non c’erano feste: se qualcuno aveva bisogno, lui c’era. Di notte come di giorno. Per lui fare il farmacista non era un mestiere, ma una missione di aiuto verso tutti. Allo stesso tempo, quel lavoro rappresentava l’unica fonte di reddito per mantenere la famiglia. Vivevamo letteralmente in farmacia e per la farmacia.
All’epoca l'attività era profondamente diversa da quella odierna. In farmacia si viveva e si respirava lavoro. Non esistevano medicine già pronte: ogni rimedio nasceva dalle mani di papà, nel piccolo laboratorio, tra bilance, mortai e odori intensi di erbe e sciroppi. Pomate, sciroppi, polveri e unguenti erano frutto di un lavoro paziente, preciso, silenzioso, come quello degli speziali di altri tempi.
Crescendo, anche noi figlie entrammo in quel mondo. Papà ci insegnava tutto: come pesare le polveri, come dividerle con attenzione, come preparare e chiudere le cartine. Prima si pesava la quantità totale, poi la si distribuiva nelle cartine, che venivano controllate una ad una per verificarne l’uniformità e infine chiuse con cura. Ogni gesto aveva la sua importanza. Ogni errore poteva avere conseguenze. Nulla era lasciato al caso.
La farmacia era al piano di sotto, al piano di sopra c’erano un piccolo laboratorio e un ripostiglio dove venivano sistemati i medicinali appena arrivati. L’appartamento era su entrambi i piani.
L'arredamento era composto da sette vetrine in ciliegio lavorato, chiamate “stivili”, molto belle (una delle quali con uno specchio), da un bancone con le bilance (una per i prodotti più pesanti e l’altra per quelli più leggeri) e da una cassa anch’essa in ciliegio e molto bella e originale. Papà fece anche fare da un bravissimo ebanista una sovrapposizione in legno sul pavimento per attutire il rigido freddo dell’inverno.
Gli scaffali non ospitavano confezioni di medicinali, ma grandi recipienti per polveri, sciroppi e pomate. L’organizzazione degli spazi rifletteva un modo di lavorare ormai scomparso.
Bastavano pochi passi o pochi gradini per passare dal lavoro alla famiglia. Quando chiudeva per il pranzo, papà saliva direttamente a casa.
Ricordo i sacrifici di papà, il suo desiderio di darci un futuro migliore, le rinunce per mandarci a studiare lontano, a Palermo, dopo la scuola elementare.
Gli orari della farmacia cambiarono nel tempo. Inizialmente papà teneva aperta la farmacia a orario continuato, fino al calare della sera, anche perché non vi era ancora la luce elettrica. In seguito, l’orario divenne più regolare: dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20.
La domenica era il giorno più impegnativo, dalla mattina alla sera la farmacia restava aperta: dalle trentasei borgate di Petralia Soprana la gente saliva in paese per la Messa e per fare acquisti di ogni genere: medicinali, tessuti, vettovaglie, alimenti. Il giorno di riposo settimanale era di regola il mercoledì, come concordato con l’altra farmacia del paese, salvo eventuali imprevisti, dovendo rimanere sempre aperta almeno una farmacia.
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| Vetreria da laboratorio: da destra, beute Erlenmeyer, ampolla separatrice con rubinetto, imbuto da filtrazione e siringa ipodermica in vetro e metallo |
In passato le farmacie a Petralia Soprana erano tre: Ferrara, Velardi e la nostra Lio, ma già al tempo in cui nacqui io ne erano rimaste solo due.
Papà lavorò sempre da solo, non c’erano dipendenti. L’unico aiuto era un ragazzo, detto “il pignataro”, che si occupava di aprire e chiudere le pesanti imposte di legno della farmacia.
Il sogno di papà era che una di noi diventasse farmacista per poterlo affiancare. Quel sogno si avverò nel 1936 quando mia sorella Zina si laureò e, dopo un periodo di lavoro a Palermo presso la farmacia Riccobono, tornò in paese per aiutare papà, ormai stanco e provato dal diabete e da altri problemi di salute.
Io stessa lavorai in farmacia, anche se poco, poiché a diciotto anni ero già iscritta all’Università alla Facoltà di Farmacia e papà morì poco dopo. Durante le vacanze estive, davo però anch’io il mio contributo. Solo dopo la mia laurea e la morte di papà lavorai di più in farmacia, per aiutare mia sorella Zina, fino a quando mi sposai nel 1953.
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| La farmacista Amalia Lio |
Tutta la famiglia collaborava: anche mia sorella Silvia, pur senza studi superiori, era abilissima nelle preparazioni e svolgeva il lavoro con competenza e impegno pari a quelli di una laureata.
Questa era la farmacia di quel tempo: non era un negozio, ma insieme luogo di lavoro, di sacrificio, di famiglia e di solidarietà, dove lavoro, famiglia, vita privata e servizio ai bisogni della comunità si intrecciavano ogni giorno, senza separazione.
Il nonno Gaetano
di Renato Lo Mauro
Mio nonno materno si chiamava Gaetano Lio ed era il farmacista di Petralia Soprana. Il paese, soprattutto d’inverno, restava come tagliato fuori dal resto del mondo, perché era posto in alto, alla fine della strada che saliva dalla valle, a stento percorsa dai muli e dai carretti (le prime strade asfaltate furono tracciate solo ai primi anni del secolo, e uno degli appaltatori di questi lavori fu il mio bisnonno materno, suocero di nonno Gaetano). Quasi nessuna automobile, pochi rumori. Asini e muli per le strade acciottolate (noi avevamo di proprietà un asinello…).
La casa dei nonni che ho conosciuta io era sulla via principale, a metà strada fra la piazza e la fine del paese, in corso Umberto I, e comunicava con la farmacia attraverso un ammezzato ed una scala interna, un passaggio che a me bambino dava molto stupore, perché non si usava già più da tempo negli squadrati edifici di città. Le stanze ne restavano come sfalsate, a diversa altezza l’una dall’altra, così che nell’attraversarle c’era, come in un viaggio tra le colline, un continuo saliscendi.
La farmacia, con i suoi mobili di legno massiccio di ciliegio e i suoi vasi di vetro antico e di ceramica, restava invece più in basso, bene in vista, al piano terra del corso principale, e dava sulla strada. Lì il nonno passava buona parte delle giornate, tra il bancone e la via. In attesa dei clienti, sistemava negli scaffali le erbe, i semi, le essenze di cui allora si costituivano i farmaci. Era a quel tempo un lavoro semiartigianale, che richiedeva di pestare, filtrare e pesare le sostanze, e di ricomporle poi per fare unguenti, decotti o balsami. Andava parlando ora ad uno, ora all’altro dei paesani, fino a che negli ultimi anni, forse, non diventò più cupo per la malattia e per altri problemi.
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Il farmacista nel paese non era uno dei nobili che vivevano di rendita, e non era neanche uno dei lavoratori manuali, dell’artigianato o dei campi. Stava un po’ a metà della scala sociale, e per questo frequentava sia gli uni che gli altri. Insomma, lo conoscevano tutti (“Avrei sempre da scrivere, ma sono spesso interrotto da qualche cliente, e perdo il filo”, scriveva alla figlia Cecilia in una lettera in cui invece si notava che “il filo” e il rigore del farmacista lui proprio non lo perdeva mai: “immagino che nello scrivere 25-939 volevi dire 25 gennaio 1939… il mese bisogna sempre metterlo, e ti faccio questa piccola osservazione perché come tu lo scrivi non è esatto”).
Il nonno Gaetano e la nonna Elvira, dunque, misero al mondo sei figlie, tutte femmine: Zina, Gina, Cecilia, Silvia, Gilda (detta Maria) e Lia. Le due grandi, Zina e Gina, le fecero studiare (Zina e poi anche Lia, da farmacista).
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| La famiglia Lio al completo |
Come farmacista, nonno Gaetano era molto attento e preciso, stimato da tutti. Ma irascibile. Infatti non mancarono contrasti: i campagnoli venivano con le caraffe per averle riempite di olio di ricino e svuotavano il contenuto precedente sul pavimento della farmacia. Lui si infuriava.
Il simbolo del fascio all’occhiello, lui che non aveva particolari interessi padronali o coloniali, non volle mai portarlo. Per il fascismo, non manifestò né aperto consenso, né chiaro dissenso, ma, come molti italiani di quel tempo, specie quelli con un proprio onore e una propria dignità, certo ebbe una forte perplessità. Ci fu anche un oscuro episodio per cui finì denunziato ed imprigionato. Si trattò di questo: un giorno il nonno rifiutò una medicina ad un tizio delle campagne, che non aveva la prescrizione medica, e quel tale lo denunciò. Passò alcune notti in prigione e poi la cosa si risolse. Ma se ne risentì mortalmente, e non fu mai più come prima. Ebbe il diabete, e, con la rudimentale insulina del tempo, non riuscì a ristabilirsi. Si controllò come poteva, ma alla fine si lasciò andare, non si curò più della dieta, e morì amareggiato nonostante lo zucchero alto.
Nel luglio del ’43, nel paese divampò la battaglia fra i tedeschi e gli Alleati. Cannoneggiate dalla porta di Seri, le mura venivano giù, e le schegge volarono dappertutto. Il nonno Gaetano con la nonna e le ragazze si rinserrò nella cantina, fino a che il bombardamento finì. Nel corridoio di casa, ritenuto il posto più protetto, sotto le bombe, nacque il suo secondo nipotino, che si chiamò Gaetano come lui. Il nonno risalì in casa per rimettere le cose a posto, e spazzò vetri e frantumi di intonaco. Raccolse da terra una scheggia di mortaio di un palmo, e la conservò. Avrebbe potuto uccidere un uomo (una scheggia di vetro ferì, in modo lieve, il nipote Ernesto che una delle zie aveva portato in cantina per “allontanarlo” dall’area parto improvvisata al primo piano).
Le ragazze sbirciarono dalla finestra del mezzanino sul corso principale, e non dimenticarono mai più quello spettacolo. Gli americani, alcuni neri come un tizzone, entravano in paese, e sembravano dei giganti in marcia che dall’alto dei carri armati si sporgevano offrendo cioccolato e gomme da masticare (mai viste prima).
La farmacia era stata aperta a Soprana nel 1910, prima della Grande Guerra, quando don Tanino e i suoi fratelli erano dei giovanotti, e si preparavano a vestire la divisa. Poi, Tanino era andato al fronte, era stato preso prigioniero, e internato a Mauthausen. Nel 1919 era stato rimpatriato, ed era tornato in paese. Tempi che parevano, in quel 1936, ormai assai lontani.
Nota: Gaetanino, nipote del farmacista e nato sotto il bombardamento, da adulto divenne il noto archeologo Gaetano Messineo (1945-2010), cui sono stati intitolati il Museo Civico di Petralia Soprana e il museo di Malborghetto a Roma.
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Ringraziamenti ad Amalia Lio, Renato Lo Mauro, Ernesto Messineo, all'Associazione Culturale Gaetano Messineo e al Museo Civico di Petralia Soprana
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