Quando si racconta la spedizione dei Mille, si comincia normalmente dall’11 maggio 1860, giorno dello sbarco di Garibaldi a Marsala. Ma per capire ciò che accadde, bisogna tornare indietro almeno di un mese. Infatti, quando Garibaldi arrivò, in Sicilia esistevano già gruppi armati in rivolta contro il governo borbonico. Si incontrarono cioè due fenomeni distinti, che fino a quel momento avevano avuto una storia separata: da una parte un’insurrezione nata e sviluppatasi all’interno della Sicilia; dall’altra una spedizione armata proveniente dall’esterno. Lo stesso Garibaldi aveva accettato di guidare l’impresa a condizione che il terreno fosse preparato da una rivolta nell’isola.
Ecco che, oltre un mese prima dello sbarco dei Mille, il 4 aprile 1860 scoppiò a Palermo l’insurrezione della Gancia, guidata da Francesco Riso. Fu rapidamente repressa in città, ma l’agitazione non cessò nelle campagne. Il 10 aprile arrivò in Sicilia Rosolino Pilo, insieme a Giovanni Corrao e percorse la Sicilia settentrionale e l’interno, cercando di tenere in vita e di raccogliere le forze rivoluzionarie locali.
Covava in vari paesi siciliani un malcontento precedente all’arrivo di Garibaldi, legato soprattutto a due questioni rimaste irrisolte per decenni, nonostante le due precedenti rivoluzioni del 1820 e del 1848: la tassa sul macinato, particolarmente gravosa per le classi povere, e la questione delle terre demaniali e degli usi civici, con le controversie sulla loro divisione, le usurpazioni e la perdurante estrema difficoltà per i contadini di ottenere terra.
In quel mese, in varie parti dell'isola si verificarono assalti a case di ricchi, intimidazioni agli esattori del macinato, tagli delle linee telegrafiche, liberazioni di detenuti e, nei casi più violenti, saccheggi e uccisioni. Non vi fu necessariamente un piano unitario: fenomeni simili scoppiarono in luoghi diversi perché esistevano problemi e aspettative simili.
Nelle Madonie uno dei primi episodi documentati è quello di Collesano dell’11 aprile.
È dunque importante la successione delle date: prima viene l’insurrezione siciliana, poi arriva Garibaldi. Una volta assunta da lui la dittatura in nome di Vittorio Emanuele a Salemi, il 14 maggio, cominciarono ad aggregarsi alle sue forze le squadre degli insorti siciliani, i cosiddetti picciotti. Il resto è storia nota: il 15 maggio viene vinta la battaglia di Calatafimi e il 27, i garibaldini fanno ingresso a Palermo.
In meno di un mese, un’insurrezione che all’inizio di aprile sembrava essere stata soffocata a Palermo si trovò a confluire con la spedizione garibaldina.
All'interno di questo breve periodo preliminare allo sbarco, si colloca anche un episodio avvenuto a Petralia Sottana il 29 aprile, dodici giorni prima dello sbarco dei Mille.
In una raccolta dei principali documenti di quel periodo (Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861: estratta da documenti) troviamo la seguente notizia: Domenica 29 aprile, una banda di insorti assalì Petralia, uccise il sindaco e altri notabili e successivamente «i naturali», cioè gli abitanti del luogo, si armarono e discacciarono gli aggressori.
Così descritto, l'episodio sembrerebbe attribuibile ad una banda esterna di malfattori. Questa versione viene invece contestata dallo storico Francesco Figlia, il quale, dopo un approfondito studio di documenti ufficiali custoditi presso l'Archivio di Stato di Palermo, sostiene invece l'origine locale del movimento e dei suoi protagonisti, nel quadro del malcontento rurale di cui si è parlato.
A distanza di oltre un secolo e mezzo, più che distribuire colpe tra gli uomini di allora, possiamo riconoscere in quei fatti la violenza di un conflitto sociale che attraversò e divise profondamente la stessa comunità, in un momento storico in cui fermenti analoghi agitavano anche altre località della Sicilia.
La rivolta Dal resoconto del Sottintendente di Cefalù al Luogotenente Generale di Palermo dell'8 maggio 1860 emerge che i nomi dei protagonisti fossero tipici dell'ambiente petralese e che alcuni provenissero dalle borgate contadine del paese.
E i tragici avvenimenti, anche successivi alla rivolta, furono la riprova di dinamiche interne al paese.
Il 29 aprile, un gruppo numeroso, composto soprattutto da contadini e braccianti, armati prevalentemente di falci e roncole, si diresse verso le abitazioni di alcuni benestanti che da tempo occupavano posizioni di potere locale. Nello scontro vennero uccisi il sindaco e due rappresentanti del gruppo dirigente del paese.
Immediata fu la reazione dei «civili» cioè di proprietari, professionisti, notabili, funzionari, coadiuvati dalla Milizia Urbana armata.
Si riunirono e contrattaccarono, uccidendo due rivoltosi e catturandone altri quattro; gli altri si dispersero.
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Questo nel 1860 era il carcere di Petralia Soprana |
Poiché si temeva che il carcere di Petralia Sottana potesse essere assaltato per liberarli, si decise di trasferirli nel carcere di Petralia Soprana, considerato più sicuro. Ma gli arrestati non vi arrivarono. La scorta li uccise sommariamente durante il trasferimento, in località Polemi.
Lo stesso 29 aprile, due fratelli fuggiaschi, riparatisi a Petralia Soprana, aggrediscono un notabile del luogo, sottraendogli un coltello e un fucile.
Il 30, i militi, questa volta aiutati da rinforzi di Petralia Soprana, vanno alla ricerca dei fratelli trovandoli in contrada Torcicuda, e dopo uno scontro a fuoco, uccidono quello in possesso del fucile, e catturano l'altro.
Nello stesso periodo vengono arrestati altri due partecipanti alla rivolta, i quali vivevano a Calcarelli.
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La fonte di Polemi oggi Era lo storico confine fra Soprana e Sottana
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In seguito, dei due uomini indicati come i capi della sommossa, uno riuscì inizialmente a fuggire e trovò rifugio nell’ex feudo Susafa, condotto in affitto da un noto antiborbonico di Caltavuturo. Dopo uno scontro con i militari fu catturato e, passando da Petralia Sottana e Cefalù, trasferito nelle carceri di Palermo. L’altro riuscì a sottrarsi alle ricerche per alcuni mesi ma fu trovato nell’ottobre successivo, e anche lui inviato per sicurezza al carcere di Palermo.
Si trattava quindi non di briganti, né tantomeno di rivoluzionari associati a Garibaldi, ma di contadini e braccianti del luogo, esasperati dalle proprie condizioni di vita e determinati a provocare un cambiamento sociale.
Il racconto di padre Gesualdo De Luca
Un'ulteriore conferma di questi fatti ci giunge da un cappuccino di Bronte, amico del garibaldino colonnello Poulet, che seguì l'evolvere della rivolta, testimoniandone nella sua Storia della città di Bronte, pubblicato nel 1883: egli conferma che i moti siano stati originati non dall'esterno, ma da un gruppo di petralesi.
"Non era Garibaldi ancora arrivato in Palermo, stava ancora in piedi il Governo Borbonico: ed in Petralia Sottana cospirarono dodici audacissimi campagnuoli, fecero disegno d’impadronirsi delle case di dodici primarii signori; ed impazienti uscirono alcuni fuori paese portanti due soli fucili, per disfarsi del sindaco; l’incontrarono, lo distesero a terra. Caricò il nipote, ch’era a fianco dell’interfetto sindaco (interfetto sta per ucciso), e ne rimase vittima uno degli assassini. Corsero in paese, presero le armi civili e villani congiurati, n’ebbero la peggio i più dei plebei inermi. Accorsero i soldati da Cefalù, fecero degli arresti, tacque il tumulto in Petralia inferiore."
La lettera al barone Rinaldi di Petralia Soprana
Un'altra fonte di riscontro è una
lettera datata 6 maggio 1860 (una settimana dopo i fatti di Petralia) che da Bronte, un nobile di Petralia Soprana,
Pasquale Rinaldi, spedisce a suo padre, il
barone Antonio Rinaldi, a Soprana, per avvisarlo di evitare assolutamente di venirlo a trovare, a causa della situazione di grave emergenza venutasi a creare. Gli comunica di aver appreso con costernazione, passando da Alimena,
che in Sottana uccisero nove persone, fra le quali Don Vincenzo Inguaggiato e Don Giuseppe Collisani. Aggiunge: "
Gira voce che nei dintorni sia in azione
una banda armata che spoglia e sacrifica i viaggiatori."
Il numero nove indicato nella lettera può riferirsi effettivamente al totale delle vittime delle due parti: tre appartenenti alla parte aggredita e sei rivoltosi.
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Paolo Ruffo Principe di Castelcicala |
L'ordinanza di CastelcicalaL'episodio di Petralia, e gli analoghi
gravi misfatti di sangue e di rapina avvenuti in quei giorni a Ciminna, Caccamo, Porticello e Vicari, perpetrati dagli "avanzi delle disciolte bande" di rivoltosi, spinge il Luogotenente generale di Sicilia
Paolo Ruffo di Bagnara Principe di Castelcicala a richiamare d'urgenza in vigore, il 3 maggio, la normativa d'urgenza emanata al tempo della rivoluzione del 1848, che per l'asportazione e detenzione di armi senza permesso prevedeva
il giudizio da parte di consigli di guerra subitanei e la pena di morte.
La situazione rimane tesissima e a Petralia Sottana si teme una nuova sollevazione.
Infatti il 9 maggio il nuovo sindaco di Petralia Sottana scrive al giudice circondariale di Petralia Soprana chiedendo una forza armata consistente e stipendiata che, insieme alla forza urbana, protegga il paese dal pericolo di una nuova sommossa. Per reperire il denaro propone perfino di utilizzare 200 onze lasciate dal barone Domina per l'assistenza alle ragazze povere e per le istituzioni scolastiche.
Inoltre una colonna mobile continua ad operare nelle campagne di Petralia contro gli insorti e a trasferire detenuti verso carceri considerate più sicure.
Poi arrivò Garibaldi e il quadro cambiò rapidamente, con una piena adesione al suo programma da parte della popolazione di molti centri madoniti. Tra il 22 giugno e il 6 luglio, i comitati comunali di Petralia Sottana e Petralia Soprana, inviarono anch'essi a Palermo indirizzi e petizioni affinché Garibaldi procedesse all'annessione della Sicilia alla Monarchia Sabauda.
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Carta catastale di Petralia Sottana 1840-50 |
La repressione
Nel frattempo la nuova amministrazione comunale viene ricostituita, senza sostanziali modifiche rispetto a prima, includendo parenti stretti dei tre uomini uccisi il 29 aprile e numerosi proprietari e appartenenti agli stessi gruppi che avevano partecipato alla repressione della sommossa ed escludendo come prima il settore contadino e bracciantile.
Il sindaco e i suoi collaboratori insistono perché i due accusati vengano restituiti a Petralia e a fine ottobre 1860 i presunti capi vengono ricondotti a Petralia per essere giudicati. Secondo una tradizione orale, durante il trasferimento, sarebbero stati sottoposti a sevizie. Una Commissione speciale di Petralia Sottana, nella quale sedevano anche stretti parenti delle persone uccise il 29 aprile, li condanna rapidamente alla fucilazione e la sentenza viene eseguita il giorno successivo sul sagrato della Chiesa Madre.
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Davanti al sagrato della Chiesa Madre di Petralia Sottana vennero fucilati due dei rivoltosi (ricostruzione AI)
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L'inchiesta sulla repressioneNemmeno questo chiuse il caso. Michelangelo Cipolla, l'antiborbonico che aveva dato rifugio al latitante a Susafa, pubblicò un documento di protesta, Petralia Sottana al 1860, nel quale denunciava con nomi e cognomi le violenze avvenute a Petralia e i responsabili della repressione.
La vicenda arrivò a Palermo. Il 3 novembre 1860 un reparto di 54 militi comandati dal capitano Varvaro entrò a suon di trombe e di tamburi a Petralia Sottana per arrestare alcuni esponenti della Guardia Nazionale e delle autorità locali accusati di abusi. Furono arrestati, tra gli altri, il capitano e un milite. Il comandante della Guardia, che aveva avuto notizia dell'operazione ed era andato a Palermo per cercare di impedirla, venne arrestato anche lui nella capitale.
Il Consiglio comunale protestò sia per gli arresti, sia per le modalità spettacolari dell'ingresso delle truppe, ma nel verbale compare una frase significativa: anche nell'ipotesi che gli arrestati fossero responsabili dei fatti di aprile, avrebbero dovuto essere trattati diversamente. Gli arrestati furono condotti a Palermo e sottoposti a un procedimento che continuò nel 1861.
Quindi il quadro che esce dai documenti citati da Francesco Figlia è particolarmente complesso: prima viene repressa sanguinosamente la sommossa; pochi mesi dopo il nuovo governo interviene a sua volta contro alcuni di coloro che avevano condotto quella repressione, perché accusati di avere commesso abusi.
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| Coccarda tricolore dei Garibaldini 1860 |
Petralia non fu un caso isolato. Fra aprile e l'autunno del 1860 si verificarono agitazioni analoghe a Collesano, Gangi, Castelbuono, Polizzi, Montemaggiore, Caltavuturo, Vallelunghe e altri centri. Le motivazioni variavano e spesso si sovrapponevano: opposizione al governo borbonico, rivendicazioni sulle terre e sugli usi civici, attacchi ai gruppi che detenevano il potere locale, vecchie rivalità fra famiglie.
Va detto che il decreto garibaldino del 16 maggio e le promesse relative ai demani alimentarono aspettative che il nuovo regime non riuscì poi a soddisfare rapidamente. Dopo l'Unità molte delle vecchie questioni rimasero irrisolte e, in numerosi centri, gli stessi gruppi dirigenti locali conservarono una posizione dominante.
In diversi casi vi furono morti e repressioni durissime.
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| Camicia garibaldina |
Il sostegno di Petralia Sottana a Garibaldi
Giuseppe Bellina, uno dei garibaldini petralesi, in una lettera ad Antonio Collisani, gli riferì di aver incontrato Garibaldi a Palermo e di avergli presentato i fatti del 29 aprile come un episodio sanguinoso provocato da «plebaglia» e «facinorosi» che avrebbero approfittato della confusione per colpire le proprietà dei benestanti. Evidentemente per non nuocere alle speranze dei garibaldini locali.
In quell'incontro, mise inoltre in rilievo che il resto della popolazione di Petralia era disposto a seguire il generale tanto che un gruppo di giovani di Petralia Sottana era già partito per unirsi alle forze che combattevano l’esercito borbonico.
Un garibaldino francese a Petralia Sottana
Una conferma dell'atteggiamento pro-garibaldino del paese giunge anche da fonti estere.
Infatti, dopo l'arrivo in Sicilia della spedizione del Generale Medici, Petralia Sottana fu attraversata da un distaccamento di garibaldini e volontari giunto in Sicilia nell'estate del 1860 con la spedizione Medici, e separatosi dal generale per inoltrarsi nelle Madonie.
Lo racconta un volontario francese nelle sue memorie, raccolte e pubblicate da Clément Caraguel nel 1861. Egli narra il suo faticoso viaggio via Cefalù, Collesano, Gratteri e Polizzi. In tutti questi paesi i garibaldini vennero accolti con molta benevolenza, ma fu calorosa soprattutto Petralia Sottana, che festeggiò il loro ingresso addirittura con l'intervento della banda. Vi rimasero due giorni sinché un ordine del generale Medici non li richiamò a Patti.
Ciò ribadisce che la sanguinosa rivolta interna del 29 aprile e la successiva repressione, risalenti a pochi mesi prima, non significavano affatto che Petralia Sottana fosse ostile ai garibaldini. D'altronde negli anni successivi a Petralia Soprana venne istituita una colletta in vista di una statua a Garibaldi, mentre a Petralia Sottana furono celebrate commemorazioni all'Eroe dei due Mondi, la cui figura è oggi molto più controversa di allora.
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Petralia Sottana 1933 Teatro Grifeo Commemorazione di Garibaldi
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Segue alla parte 2 : DOPO L'UNITÁ D'ITALIA - LA STRAGE DI PETRALIA SOPRANA, di prossima pubblicazione...
Cenni Bibliografici
- Carte della Luogotenenza, Polizia, Archivio di Stato di Palermo, Ministero e Segreteria di Stato presso il Luogotenente generale, Ripartimento Polizia, busta 1547
- Clément Caraguel, Souvenirs et aventures d'un volontaire garibaldien, A. Bourdilliat, 1861 - p. 58
- Carlo Pecorini Manzoni, Storia della 15a Divisione Türr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli,
Tipografia della Gazzetta d'Italia, 1876, p. 344
- Giuseppe Collisani, Petralia d'altri tempi, p. 127
- Francesco Figlia, Dall'antico regime all'età contemporanea in un comune rurale, Edizioni Grifo,1994
Ringraziamenti alla Biblioteca Frate Umile Pintorno di Petralia Soprana
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