DOPO L'UNITÁ D'ITALIA: IL ROGO DI PETRALIA SOPRANA
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Seguito della parte 1 : PRIMA DEI MILLE: LA RIVOLTA DI PETRALIA SOTTANA
Subito dopo l'Unità d'Italia, il governo di Torino si trovò in Sicilia di fronte a due problemi, quello del brigantaggio e quello della renitenza.
Il servizio di leva, già obbligatorio nello stato sabaudo, era stato infatti esteso progressivamente a tutti i territori della penisola, tra cui la Sicilia, che ne era stata tradizionalmente esente sino ad allora, ottenendo però una reazione popolare negativa. Ne seguì un periodo di forte repressione, al punto che il governo proclamò lo stato d'assedio dell'isola e vi inviò nel 1862 il generale Giuseppe Govone, che introdusse uno stato di emergenza e di dittatura delle autorità militari, effettuando massicci rastrellamenti di renitenti, di sospetti, di evasi dalle carceri e di pregiudicati.
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| Giuseppe Govone |
Il territorio fu stretto in una continua e asfissiante pressione di controlli, perquisizioni, agguati e costante vigilanza, con l’uso di colonne mobili. Nell’autunno del 1863 era stato operato l’arresto di ben 4.000 renitenti alla leva in tutta l'isola, comprese le Madonie.
In particolare nell'ottobre del 1963 giunse a Petralia Soprana un distaccamento del 4° Reggimento di Fanteria comandato dal luogotenente savoiardo Carlo Dupuy de Samadet.
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| Distaccamento di fanteria (Dipinto di Quinto Cenni) |
La strage di Petralia
La notte fra il 14 e il 15 ottobre 1863 a Saccù, borgata di Petralia Soprana, Alberto Gennaro 'ntisu Buné e i suoi due figli, Pietro e Maria, morirono bruciati nel rogo della loro casa, incendiata da un reparto misto di soldati, guardie e funzionari di P. S., durante un rastrellamento in cerca di renitenti alla leva.
I fatti fecero scalpore.
La disponibilità online di fonti ottocentesche oggi facilmente consultabili consente di integrare e, in alcuni punti, precisare le ricostruzioni finora note.
L'articolo del Giornale di Sicilia
Due giorni dopo, il 17 ottobre 1863, il Giornale di Sicilia fece uscire addirittura un supplemento straordinario, distribuito inizialmente nei caffè, con una prima versione dei fatti. Eccone il testo integrale:
"Una pattuglia composta di truppa, del delegato di pubblica sicurezza, dei carabinieri e di alcune guardie comunali, ricercavano il contadino Gennaro in una casa rurale, a due miglia da Petralia, per informazioni sopra un renitente "proietto" (cioè trovatello). Ritrovata la casa, il delegato per tre volte chiese si aprisse. Dall’interno partì invece, pel buco della porta, una fucilata che bruciò colla vampa la mano del sottotenente Rossi e lambì colla palla gli abiti del delegato. La pattuglia faceva ogni sforzo per farsi riconoscere come forza pubblica, ma la nota voce del delegato e dei carabinieri non bastava a far cessare la resistenza e si rispondeva colle parole: - Sparagli, sparagli. Si ripeteva qualche fucilata dall’interno e dall'esterno; si tentava inutilmente: aprite la porta! Ciò durò due ore.
Intanto era chiamato da Petralia il luogotenente comandante la compagnia. Questi, recatosì sul sito, ritentò atterrare la porta, malgrado qualche fucilata, e salì sul tetto per penetrare in casa, ma non riuscì. Allora il luogotenente, per intimorire chi resisteva e continuava a sparar fucilate, accese della paglia in una stalla attigua.
Sfortunatamente, malgrado gli sforzi fatti di poi per impedire che il fuoco si estendesse, e la istanza perchè i rinchiusi aprissero, il fuoco prese alla porta della casa.
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| Incendio notturno Illustrazione AI |
Tra il fumo ed il fuoco e con loro pericolo, il luogotenente e gli astanti cercarono allora di salvare i rinchiusi, Ma furono ritratte tre persone che già erano in pericolo di vita, soffocate dal fumo, e che morirono poco dopo, malgrado le cure loro prodigate."
Venne chiamato a risponderne il luogotenente Dupuy. E ne seguì un acceso dibattito in Parlamento per quella che venne subito definita la "strage di Petralia".
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| Il deputato di Petralia Soprana Filippo Santocanale |
La protesta del deputato di Petralia Soprana
Filippo Santocanale, avvocato palermitano e deputato eletto al collegio di Petralia Soprana, fu il primo a pubblicare una vivace lettera di protesta, il 18 ottobre 1863, all'indomani dell'uscita dell'articolo del Giornale di Sicilia, contestandolo punto per punto e lamentando che il quotidiano, organo di stampa del governo, avesse fornito una versione volutamente edulcorata dei fatti.
Osservò giustamente che fosse stato aggredito di notte un domicilio inviolabile, dato che si era fuori dalla fascia oraria in cui erano consentite le perquisizioni. Ben si sarebbe potuto circondare la casa e aspettare senza pericolo, così evitando una lotta di due ore.
Inoltre l'incarico impartito al Dupuy non era di catturare il renitente, ma di assumere da quella famiglia informazioni per poterlo fare.
La pattuglia aveva fatto ogni sforzo per farsi riconoscere e dunque c'era il dubbio che gli assediati non l'avessero riconosciuta, potendo ritenere, di notte e in una casa isolata, di essere sotto assalto di briganti. La voce del delegato poteva non essere nota a contadini che abitavano nella campagna di Petralia.
Il Santocanale precisava che il ricorso al fuoco dato alla stalla per stanare gli occupanti della casa fosse un mezzo di per sé inutile, dato che la stalla non si vedeva dalla casa.
Infine, il fuoco non si era affatto propagato inavvertitamente dalla stalla alla porta esterna della casa. Era stato ivi appiccato a bella posta.
D'altronde l'intento delle autorità di proteggere il luogotenente risultava evidente dal fatto che gli fosse stato mandato un semplice invito a giustificarsi, a lui che aveva fatto perire nelle fiamme tre uomini!
Il deputato concludeva chiedendo che fosse fatta giustizia senza alcuna remora né ritardo.
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| Garibaldi a Caprera |
L'indignazione di Garibaldi
Nel novembre 1963 il giornalista Giuseppe Guerzoni si trova a Caprera, accanto a Garibaldi, quando questi legge le notizie sui fatti di Petralia Soprana.
Ne nasce un articolo su Il Dovere, uscito a Genova il 21 novembre 1863, in cui Guerzoni racconta:
«Non ti dirò con che cuore leggesse Garibaldi i casi di Petralia Soprana, né ripeterò le parole d’indignazione che gli uscirono dal labbro.»
Era presente anche un inglese, il quale, sconvolto dal racconto, promise di trasmettere una relazione dettagliata ai giornali inglesi.
Da qui Guerzoni sviluppa una violentissima requisitoria contro la repressione in Sicilia. Il punto centrale è che, secondo lui, il problema non sono semplicemente alcuni eccessi isolati, ma il sistema del governo militare dell'isola, con stato d'assedio, rastrellamenti dei renitenti, arresti arbitrari e intimidazioni contro le famiglie.
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| Frontespizio de Il Dovere 1863 |
Il dibattito parlamentare
Alla Camera il caso di Petralia venne usato come prova politica contro i metodi eccezionali adottati dal governo; il rogo non era un fatto “minore”, ma un frammento della più ampia crisi della leva e della militarizzazione dell'isola.
Dal dicembre 1863 si susseguirono interrogazioni parlamentari da parte di deputati quali Vito d'Ondes Reggio, Antonio Mordini e Francesco Crispi che chiesero l’istituzione di una commissione per indagare sui mezzi, ritenuti troppo severi, di Govone in Sicilia. Nino Bixio prese le sue difese e le recriminazioni contro Govone si esplicitarono, alla fine, solo sui giornali e su alcuni libri.
Fu una fase estremamente critica.
Il deputato generale Govone difese l'operato dell'esercito e pronunciò una frase destinata a finire nei libri di storia: «La Sicilia percorre quella scala che hanno percorso tutte le nazioni nel passare dalla barbarie alla civiltà». Crispi e molti altri deputati della sinistra reagirono sdegnati e Govone il giorno dopo tentò di rimediare attribuendo la barbarie ai Borboni.
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| Il Parlamento subalpino a Torino |
La vicenda giudiziaria
La Corte di Cassazione in Napoli affermò che la giurisdizione sui fatti spettasse al Tribunale ordinario anziché a quello militare.
E fu innanzi alla Corte d'Assise di Termini Imerese che l'esatta verità venne ricostruita sulla base delle prove materiali e delle testimonianze.
Da qui risultò chiaramente che il renitente ricercato, Giuseppe Allegra, non si trovava in quella casa, tanto che non figurava fra le vittime. Inoltre, l’incarico effettivamente ricevuto da Dupuy non era quello di arrestare o stanare Allegra dall’abitazione, ma semplicemente di assumere informazioni su di lui. Effettivamente si trattava di un trovatello (all'epoca si diceva proietto), che era stato nutrito dalla defunta moglie del Gennaro e assistito dalla famiglia stessa.
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| Ordinanza della Corte di Cassazione in Napoli 25.1.1864 |
Sul banco degli imputati non sedeva soltanto Dupuy. Con lui furono giudicati anche due elementi locali: il delegato di pubblica sicurezza e una guardia, che avevano materialmente collaborato all’azione. Secondo la ricostruzione processuale, erano state infatti accumulate fascine davanti alla porta dell’abitazione mentre il fuoco della stalla era stato ulteriormente alimentato. Non si trattò dunque soltanto della propagazione imprevista del fuoco acceso nella stalla, ma di una progressiva escalation dell’azione, fino all’accensione di materiale combustibile davanti alla porta della casa.
Il tenente Carlo Dupuy fu quindi condannato a quindici anni di lavori forzati per l’uccisione dei tre componenti della famiglia Gennaro. La giuria riconobbe circostanze attenuanti e ritenne che la morte fosse dovuta a conseguenze che egli non aveva previsto. Gli altri due imputati furono condannati a pene molto minori.
Una voce molto diversa venne dalla rivista L’Esercito Illustrato, che, pur riferendo la condanna, difese Dupuy richiamandosi alle circostanze attenuanti riconosciute dalla giuria, alla convinzione dell’ufficiale di avere davanti dei briganti e all’intento dichiarato di costringerli a uscire, non di ucciderli; mise in evidenza inoltre che Dupuy era entrato tra le fiamme per estrarre personalmente le vittime.
Il giornale vide nella sua ostinazione soprattutto il senso del dovere e dell’onore militare, offrendo così il punto di vista di una parte dell’esercito sulla vicenda.
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| Journal de Genève 11.11.1864 |
La stampa europea e sinanche americana, così come un libro francese di Oscar De Poli diedero ampia risonanza all'intera vicenda, sia nel 1863 che in esito al giudizio.
La pena del Dupuy fu poi commutata in due anni di reclusione. Successivamente fu chiesta per lui anche la grazia.
Crispi, cosa interessante, fu tra coloro che firmarono la domanda di grazia. Spiegò però che non c’era contraddizione: nel 1863 aveva chiesto che si facesse giustizia sul fatto di Petralia; dopo la condanna, riteneva eccessiva la pena inflitta al singolo ufficiale nel quadro di responsabilità più ampie.
In esito lo Stato calcolò il valore delle tre vite: novecento lire, da dividersi fra i due unici parenti di Alberto Gennaro «a titolo di sussidio e non certo come risarcimento danni».
La somma equivaleva, ai salari agricoli palermitani del 1863, a circa cinquecento giornate di lavoro di un bracciante; divise fra i due beneficiari, poco più di duecentocinquanta giornate ciascuno.
Questo il valore assegnato dallo Stato a quelle tre vite e alla distruzione della loro casa.
Conclusione
Sul luogo dei fatti, evidenziato qui sopra, in contrada Balatelle, al confine con il territorio di Petralia Sottana, non è visibile più nulla. La casa bruciata venne comprata e divenne presto un rudere.
A Saccù oggi non sembra essere rimasta alcuna traccia di questa tragedia della storia siciliana anche nella memoria orale, nonostante la sopravvivenza di altri ricordi locali. La casa dei Gennaro era un po' distante dall'abitato e isolata. Certo è che l'episodio fu censurato dalla retorica risorgimentale. Non sappiamo neppure in quale forma l’episodio fosse stato all'epoca raccontato sul posto, né se fosse stato presentato come delitto, come disgrazia o semplicemente taciuto.
Per un paradosso, il rogo di Saccù è sopravvissuto nelle carte, nei giornali, negli atti giudiziari e nei libri, ma è scomparso sia dal paesaggio che dalla memoria del luogo in cui avvenne.
Cenni bibliografici
- Giornale Ufficiale di Sicilia, Palermo, 17 ottobre 1863
- Oscar de Poli, De Naples à Palerme (1863-1864), Librairie Parisienne Dupray de la Maherie, Paris, 1865, p. 480
- Salvatore Mazzarella, Le Madonie nn. 1, 2, 3 e 4 di gennaio e febbraio 1989
- Francesco Figlia, Dall'antico regime all'età contemporanea in un comune rurale, Edizioni Grifo, 1994
- Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1993 (nuova ediz. 2004)
- Il tenente che bruciò la famiglia di Petralia, articolo di Tano Gullo, su Repubblica del 22 febbraio 2008
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