COMU SI FACÌANO L'ANNI 'NA VOTA
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di Enzo Orlando
Ho compiuto da poco 79 anni e mio figlio mi chiedeva se fosse la prima volta che spegnessi candeline. Ho dovuto dire di sì... e si sono meravigliati tutti. Quando ero bambino io a Petralia Soprana, per i compleanni si festeggiavano i piccoli, ma i grandi no.
Ed anche ai bambini non si facevano certo torte né feste, né regali. Semplicemente, a ora di pranzo, al festeggiato venivano tirate le orecchie: Fa' l'anni? Auguuriii!
Il Papà lo prendeva per le orecchie e lo alzava da terra tante volte quanti erano gli anni che compiva. Lui con le mani si aggrappava alle braccia che lo sollevavano. Era un augurio che sottolineava che il bambino stava crescendo: Una, dui, tri, quattro, cincu, sia, setti, uattu! Minchia chi si fattu ranni!
E la Mamma di rimando: Criscinu i carusi! Pari che nasci' aieri!
E poi si festeggiava con un bel piatto di maccheroni fatti in casa, al sugo.
Per il resto della giornata, il bambino, contento di essere diventato più grande, usciva per la strada a fare una bella passeggiata con i suoi amici.
Sembra che tirare le orecchie per i compleanni fosse una consuetudine introdotta durante la dominazione spagnola in Sicilia. Infatti i compleanni in Spagna includono tuttora il rituale di los tirones de oreja per ogni anno di età. Sebbene l'origine e il significato di questa usanza siano nebulosi, ho letto che poiché le orecchie sono una parte del corpo che non smette mai di crescere, tirare le orecchie possa augurare una vita più lunga.
Purtroppo al giorno d'oggi a Soprana si festeggiano soprattutto centenari, ma non con una tirata d'orecchi per fortuna...
In adolescenza i compleanni acquisivano importanza perché erano l'occasione per una festa da ballo, che si organizzava di pomeriggio in casa, spesso in quella di Enzo Piazza. Venivano alla festa tanti ragazzi e ragazze della nostra età. Alcuni portavano dei dischi alla moda da mettere nel mangiadischi. Uno che aveva molti dischi era Leonardo, di cui ho dimenticato il cognome...
Ricordo i successi dell'epoca: Senza luce, Io che amo solo te, Petite fleur, Roberta, Il mondo, La canzone di Marinella, Legata a un granello di sabbia. Sapore di sale, Luna caprese, Dio come ti amo, Senza fine ed altri brani ancora. Per lo più dei lenti che si potevano ballare stretti oppure guancia a guancia.
Ognuno dei maschi invitava a ballare la ragazza che preferiva e lei di solito acconsentiva.
‘I masculi s’ebbicinavanu
e’ signorini essittati
ccu ’i gammi stritti
’ncapu ’i seggi
e pp’immitalli cci facianu l’inchinu.
Comu cci putìanu diri di no?
Che iera offisa
e puai finìa e schifìu? (1)
Si ballava stringendo al petto la mano della ragazza e abbracciandola sul fianco.
Se però questa provava un po' di repulsione, ballava lo stesso ma distanziava il partner poggiando il gomito sul suo petto, così che non potesse stringerla appassionatamente.
Io con la mia fidanzata di allora, neanche ci ballavo, perché non usciva mai di casa.
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| Da sinistra, Pietro Brucato chitarra elettrica, Luigi Ragazzo fisarmonica cromatica, Enzo Orlando sax e clarinetto, Damiano Puleo sax tenore, Peppuccio La Placa batteria, Vincenzo Ragazzo tromba. |
Quando avevo tredici anni, creammo fra amici un complessino dal nome "Les Rebelles". Fu una innovazione perché prima in paese, c'era solo un gruppetto di musicanti della banda, che eseguivano valzer, mazurke, polke e tarantelle.
Fummo sperimentatori: senza spartiti, muniti solo di un piccolo amplificatore per chitarra, di una batteria con pochi pezzi costruita a mano, con un'armonizzazione fatta di fisarmoniche e chitarra, mentre per la melodia bastavano un violino, il sax e il mio clarinetto. Le percussioni erano costituite da cassa, piatti e tamburo rullante della banda. Il filo melodico era affidato a clarinetto, tromba, trombone e flicorno tenore.
Vincenzo Ragazzo suonava lo scottis con la fisarmonica.
Quando andavamo a suonare, ovviamente noi del complesso ballavamo poco.
Io e Peppuccio (il batterista) ci eravamo fatti confezionare un vestito scuro con giacca a doppio petto. A quell'epoca alle feste di compleanno ci si vestiva con una certa eleganza. Le ragazze andavano da Peppuccio il parrucchiere e si facevano acconciature con la lacca, con un buco al centro della testa. E i ragazzi indossavano la giacca e in caso di caldo, restavano in camicia.
Il pomeriggio passava veloce, tra un ballo e l'altro e si discuteva, ci si corteggiava, o qualche volta ci si fidanzava. Erano per lo più amori passeggeri, ma nel borgo non c'erano molti divertimenti e questo di riunirsi a casa di qualche amico a ballare era uno dei pochi, che andava bene d'estate, ma soprattutto d'inverno.
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| Da sinistra io, Luigi Ragazzo, il presentatore (si fa per dire) Leonardo, Pietro La Placa e Natale Rinaldi |
I grandi non osavano presenziare alle danze. Avevano molta fiducia in noi ragazzi, che eravamo molto pudichi e non ci spingevamo mai oltre lo sguardo o il sorrisetto compiacente. Non accadde mai l'irreparabile.
Però un giorno, il nostro amico Pietro, che era in relazione affettuosa con due ragazze contemporaneamente, una mattina pensò di impiccarsi ad un albero fuori dall'abitato.
Ora che l'anni passaru, nni sparpagghiammu ppi milli vìola.
Quannu 'ncuntraiu a Pietru 'u marasciallu, che suonava pure iddu a fisarmonica, duappu tuttu stu tìempu mancu 'u canuscìa, ma lestu n'ebbrazzammu comu du' frati che un si vidìanu da una vita.
E nostri tìampi l'anni si festeggianu cc'un beddu messaggiu di Facebook. E nni facìamu l'auguri dunni sìamu sìamu.






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