Ci introduce all'argomento Enzo Orlando:
DONNA CAROLINA
"Jiti a chiamari lestu Donna Carolina, ca iè aura..."
Abitava in cima alla scalinata di Piazza Duomo. C'era un grande portone di legno. Proprio lì, nell'appartamento sopra quel portone.
Lei era la levatrice del paese. Era lei che faceva nascere tutti.
Quando una donna incinta aveva le doglie bisognava mandarla a chiamare e lei accorreva.
Il parto avveniva in casa e non si andava certo in ospedale. Io stesso nel 1947 nacqui per mano sua.
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L'abitazione di Donna Carolina in cima alla scalinata a sinistra
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Me la ricordo già anziana, piccolina e sempre vestita di nero.
Aveva un figlio, Amedeo, falegname, che serviva anche messa e dava la carica all'orologio della torre campanaria.
Amedeo pensava anche a rifornire la chiesa di tutte le candele necessarie, visto che egli stesso al piano terra della sua abitazione gestiva la cereria di famiglia. L'unica del paese.
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| Donna Carolina Miserendino |
Carolina Miserendino (fu Damiano) era nata a Petralia Soprana il 26.2.1881 e vi morì all'età di 91 anni il 26.3.1972. Le davano il titolo di Donna per il titolo di Don spettante al marito e alla suocera.
Fu una delle ultime “levatrici” a Petralia Soprana (termine sostituito da quello di ostetrica solo nel 1936). Esercitò dai primi anni del Novecento fino agli anni '50. Una lunga attività che accompagnò la fine di una tradizione secolare, in cui si nasceva in casa e con l'intervento esclusivo di donne: il passaggio generalizzato all'ospedale avvenne sostanzialmente negli anni Sessanta.
Si badi, non stiamo parlando di mammane, già dal 1890 la professione della levatrice era regolamentata. Per esercitare occorreva un diploma e il rispetto di norme precise. Era certamente una levatrice professionale formata all'ostetricia e all'antisepsi. Poi possiamo chiederci quanto di quella pratica professionale si accompagnasse a consuetudini e superstizioni domestiche sopranesi.
Sicuramente però, nelle borgate distanti dal centro, ove sino al 1907, come risulta dall'
inchiesta Lorenzoni, non arrivavano le levatrici del centro, per l'impraticabilità delle strade, ai primi del XX secolo si ricorreva ancora alla
mammana tradizionale, formatasi per esperienza.
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Annuario generale d'Italia e dell'Impero 1938 |
Carolina fu anche una delle prime sopranesi a ottenere il diploma di levatrice, recandosi dal paese a studiare a Palermo alla Scuola di Ostetricia, annessa alla relativa Clinica universitaria. Questa si trovava nel complesso ospedaliero della Concezione oggi scomparso, a Porta Carini; le cliniche occupavano strutture appositamente attrezzate sul vicino Bastione Aragonese.
In tempi in cui studiare era un privilegio e in cui le donne difficilmente lo facevano, è degno di nota che Carolina, appartenente ad una famiglia di artigiani, avesse intrapreso questi studi in città.
Si era diplomata a 26 anni nel 1907. Era quindi tornata a Soprana per esercitare la sua professione. L’Albo la registra come levatrice condotta e, particolare non privo d’interesse, essendo una donna che esercitava una funzione pubblica negli anni Trenta, specifica che non era iscritta al Partito Nazionale Fascista.
Gli annuari sanitari dell'epoca attestano che nel 1909, Petralia Soprana contava almeno tre levatrici registrate professionalmente, di cui la prima era appunto Donna Carolina.
Nel 1935 esistevano più condotte ostetriche di cui una al centro, e una da poco istituita per le borgate di Fasanò e Pianello, come leggiamo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia del 28 agosto 1936 circa il concorso bandito dalla Regia Prefettura di Palermo.
Le misure igieniche
Sin dal 1890 per le levatrici professionali, le istruzioni per l'antisepsi erano minuziose.
Ecco perché la prima raccomandazione data da Donna Carolina, prima ancora di muoversi da casa, era quella di mettere acqua a bollire.
Arrivata dalla partoriente, doveva poi controllare che la stanza e gli oggetti fossero in condizioni igieniche e che la biancheria fosse pulita, con le risorse domestiche disponibili.
Preparava la soluzione antisettica, immergendovi gli strumenti per almeno dieci minuti. Poi si rimboccava le maniche sopra il gomito, lavava mani e avambracci con sapone, pulendo accuratamente le unghie con spazzola, forbici e lima; indossava il grembiule e si lavava nuovamente con la soluzione di acido borico.
Anche la partoriente veniva lavata, prima con acqua bollita e sapone, poi con soluzione antisettica. Era espressamente proibito usare spugne e sostanze grasse.
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S. Maria Bambina Chiesa di S. Maria di Loreto |
'Nfasciari 'u picciriddu
Non appena fatto il primo bagnetto e controllato dalla levatrice, il neonato veniva subito fasciato come una mummia. Un'abitudine trasmessa direttamente dai Romani e durata fino agli anni '60. Ne troviamo traccia anche nelle raffigurazioni sacre di S. Maria Bambina risalenti al 1700.
Negli anni '30-60, si iniziarono comunque a lasciare libere le braccine. Ma si manteneva tutta la parte inferiore del corpo immobilizzata sino a diversi mesi.
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| Fascia esterna |
Il primo strato della fasciatura era costituito da una camiciola rigida legata dietro per tenere ferma la schiena, chiamata cuttigghiedda (a Raffo cuttilledda) e da un quadrato di lino o di cotone di 50 cm per lato, u pannizzu. Poi si passava a sovrapporre tre o quattro strati di fasce, cioè strisce in lana di pecora lunghe un paio di metri e larghe venti centimetri. Il bambino steso sul letto veniva sollevato dai piedi il tempo di avvolgere la fascia, fino a fermarla alla fine con un beddu spinguluni. L'ultima striscia più pesante in piqué e con decori e ricami, rappresentava lo strato esterno.
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Nell'800 si usava fasciare pure le braccia... |
Si riteneva che una fasciatura così stretta favorisse la crescita regolare delle gambe, prevenisse eventuali deformazioni e aiutasse il bambino a dormire più tranquillamente. Aveva soprattutto un indubbio vantaggio pratico per le madri che, dovendo occuparsi degli altri figli, del lavoro domestico e spesso anche di quello dei campi, potevano lasciare il neonato fasciato e protetto, senza il timore che si muovesse.
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... e si lasciano libere le braccia dagli anni '30. |
Crescere un bambino in quell'epoca era davvero una fatica e col clima di Petralia, la gestione di questi panni e strisce era particolarmente faticosa, specie quando il bambino nasceva in autunno. In questo caso si cercava di cambiarlo solo due volte al giorno. I panni venivano lavati a mano insaponandoli nella pila di legno, bolliti per sterilizzarli, e poi messi a ventilare fuori o in caso di cattivo tempo, stesi su fili appesi all'interno di casa. Infine venivano poggiati ad asciugare sulla cuba sistemata sopra il braciere, a conca, ove fumuliavano. I vapori di tutta questa procedura si diffondevano per casa: si spitturava.
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| Conca, pede 'a conca e cuba |
U vattìu
Fra le parrocchie dell'entroterra madonita, la chiesa madre dedicata ai Santi Pietro e Paolo, di Petralia Soprana conserva la più antica registrazione del battesimo, che risale al 1547.
Nel secolo scorso era in uso l'antico fonte battesimale del XVI secolo in marmo con copertura lignea databile al Settecento.
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Fonte battesimale della Chiesa Madre di Petralia Soprana |
Per la descrizione della cerimonia, lasciamo la parola nuovamente ad Enzo Orlando:
Il bambino in una veste bianca, veniva avvolto in una copertina bianca anch'essa.
Due damigelle, un bambino e una bambina vestiti pure loro di bianco portavano uno il sale e l'altro l'acqua, e si andava in chiesa col corteo dei parenti.
Al fonte battesimale, anche se il bambino piangeva, il parroco gli versava con il mestolo dell'acqua sulla testa, facendo una croce e pronunciando le formule rituali.
Alla fine si ringraziavano i parenti in sacrestia offrendo ceci abbrustoliti, biscotti, confetti e rosolio fatto in casa.
Sotto il portico davanti al portone della chiesa, un gruppetto di musicanti con Don Peppino e il suo clarinetto, suonava valzer e mazurche.
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Certificato di battesimo firmato dall'Arciprete Gaetano Ragonese 1889 |
Ringraziamenti a Enzo Orlando, Piera Macaluso, Pino Federico e Mario Sabatino
Cenni bibliografici
- Giancarlo Martorana, Il libro delli battizzati dell'anno 1537, Editore: Lampi di Stampa, 2017
- Annuario Sanitario d'Italia, anno 1909
- Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia del 28 agosto 1936
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